mercoledì 10 gennaio 2018

La verità

Scendendo da Itieli, all'altezza della fontana di San Nicolò e appena scampati a una curva a gomito assassina, sulla groppa destra della strada c'è una pietra che somiglia a un animale. Un gatto grosso, o un cinghiale fanciullo, e ogni volta mi ci inganno, e dico a chi mi accompagna Guarda quella bestiola: seduta sulle zampe posteriori sembra in attesa, e tutte le volte, alla parola attesa mi sento sciocco, perché la consapevolezza - e dell'ultimo errore e dell'aver dimenticato il penultimo della stessa razza - arriva dopo, che le parole sono già volate via. O se sono solo le penso, e mi dò del cretino, come non fossi passato abbastanza per quella strada innamorata da conoscerne ogni zolla d'asfalto, ogni cespuglio d'erica. Gioca con me, il travisamento, compagno che ho accanto più spesso di quanto vorrei. Allo stesso modo non distinguo tra le notizie la verità, perché sono infinite e immani le voci, e ogni voce pretende di essere l'unica, e ingannevole il resto. Parlano di continuo, gli uomini - in televisione, nelle città, in rete - e non so con quale percentuale di onestà. Si parlano contro, smentiscono, deridono; e quelli che fan politica poi, che mi sembrano i più spregevoli. La finzione, ecco. Ho l'impressione che sia il sistema, nelle nostre case perfino, e a dire Ti amo senza vergognarsi ci vuole un gran cuore. Tutto, certi giorni, mi sembra artefatto: tutto quello che han costruito gli uomini, almeno. A entrare in un museo ho sempre il sospetto che ciò che vedo sia una copia spacciata per verità. E che la versione ufficiale delle cose sia differente - per tanto o per poco - dalle cose medesime. Per questo cerco da un po' un metodo - come Cartesio - che mi permetta di vedere meglio, di capire i giorni che piovono e la loro filigrana. Ho lasciato perdere certe persone spaesanti e poi ne ho collezionate altre che mi pare schiariscano l'orizzonte, sono persone preziose come lenti d'occhiale, fanno la vita accettabilmente nitida. E ho eletto a metri di giudizio i dolori che spaccano e le gioie fugaci, gli spasmi a vivere allora e a ricordare ora le corsie d'ospedale, e la pace allegra di qualche giorno rubato alla poca voglia di alzarmi, qualche mattina. Quella è la verità, io temo e spero: ciò che mi fa sanguinare e quel che mi scolpisce snuvolato per mezza giornata ogni morte di papa. Di tutto il resto - lo spettacolo dei camuffamenti della realtà, i sentimenti agghindati - vi assicuro, cerco ostinatamente di fare a meno.

martedì 26 dicembre 2017

In trattoria, ma a Narni

La piccola depressione fatua che a volte manifesto la curo - tra gli altri posti - a tavola, dove, a conferma della massima, non s'invecchia o si invecchia al rallenty. Ho il sospetto che l'abbiano coniata ai tempi dei Borgia, ma io me ne infischio, le dò un'accezione positiva e amen. Non che sia un mangione, tutt'altro: spizzico, sbocconcello, o al massimo prendo un'unica portata - ve lo dico caso mai vi venisse l'estro di invitarmi a cena: non rimarrete al verde. Però intuisco che mangiare è cultura, è scegliere il ristorante giusto - quello senza frastuono - salutare i vicini di tavolo, non sollecitare il cameriere - ti ha visto, non ci sei solo te, sta arrivando, -  rievocare con diletto, versarle il vino, sorriderle, guardarsi lieto attorno, ambientarsi, annidarsi rassicurato - come un uccellino implume, - alleggerirsi l'anima. Tutto questo non lo so se c'è nel menu dei ristoranti stellati - li frequento poco - ma certo ne trovo, di tali occasioni di grazia, nelle trattorie di certi lindi giorni narnesi, come oggi, che mi piazzano sotto le bandiere dei terzieri e mi accorgo che sono a casa, e pure se il bicchiere è di Santa Maria la mia fede antagonista se ne fa una ragione. Parlo e lascio parlare; ascolto e lascio ascoltare; ma devo divertirla, meravigliarla, la ragazza che è con me. Guai a raccontarle di guai. Di guai e di vizi, e di lavoro. E mai pretendo di spiegarle la vita, ché non la so per certa, e mai le mie parole sono un esercito più folto delle sue. Piuttosto, le prometto che la porterò al mare appena le va, o in vespa da Milano a Pechino - come ho sentito dire da una canzone. Sarà vero che le donne amano chi le fa ridere, ma ancora meglio chi le intrattiene come dio comanda mentre si mangia. E allora non le chiedo mai Cosa prendi? e non la ammonisco con uno sciocco Non hai ancora deciso? Lascio che le cose accadano con leggerezza, e nel fintanto mi chiedo chi ha dipinto quegli scudi fieri, con lo stemma della città, che stanno sulle pareti. E orecchio le voci, e i discorsi, e i dialetti: il romanesco, il bolognese, il veneto, e m'inorgoglisco di Narni se tanta gente forestiera ci viaggia. Quando arriva la pasta le propongo un assaggio, le metto un po' di maccheroni sul piatto. Senti che buoni - dice; - la prossima volta li prendo anch'io. Ancora un po' di vino, dal calice in due, ancora un'allegria che monta. Odori che arrivano dalla cucina, e fan tornare l'appetito anche ai sazi. Sacchetti di spezie sulle mensole, andirivieni premuroso d'altri camerieri, che ti chiedono se è tutto a posto, se hai mangiato bene. Poi dopo è bello e un poco triste andare via, benché la lieve sbornia ingentilisca il distacco. Due passi e c'è il teatro. Altri due e c'è il museo. Altri dieci da gambero e troviamo il cinema; altri venti in salita e Guarda: i merli della Rocca, dietro quell'albero. Tutto ha le stimmate della bellezza, a quel punto: questa santa modernità che mi ritrova vivo e la gerla dei ricordi orgogliosi che oggi mi è parsa più leggera da issare in spalla.

mercoledì 20 dicembre 2017

La stanza della musica

Ero anch'io - senza saperlo - un ragazzino uscito da un romanzo di formazione, a quattordici anni. Tempo dopo avrei detto che King mi conosceva, quando scrisse The body, ma era solo una scervellata presunzione. In realtà l'infelice adolescenza è uguale dappertutto, e io non ero speciale come credevo: manco per sbaglio. Comunque mi isolavo - la casa di Narni si presta a chi vuol starsene per i cavoli suoi - e stancavo la pena, diluendola in una gioia liquida e breve; più volte sperimentai le dosi, pesai le polverine, spostai il piatto sulla stadera fino a che inventai un miscuglio delle due sostanze che tormentandomi alleggeriva.
C'è una stanza dove ero re, e che di tanto in tanto mi scappa dalla memoria, come i dettagli di una vacanza piena di vento: ci è ritornata ieri, che salivo in collina al laccio d'una canzone di Concato. Racconta di un uomo che va al mare a febbraio, trova una trattoria aperta, si siede a un tavolo e comincia a mangiare. E mentre mangia legge il giornale, e salta le notizie tristi, e da una finestra chiusa (immagino, non lo dice) guarda la spiaggia spoglia, e il cielo polveroso, le nuvole montate come quinte di legno sull'arenile. A un certo punto rivela a una donna che non c'è: Vorrei che tu fossi qui con me a viaggiare, e io mi sono innamorato di questa familiarità alla mia agrezza dalla prima volta che mi ci sono punto.
Questo forma uno scrittore: la cerca delle tenerezze, capire che in una canzone talora c'è una storia magnifica, e raccontarla vent'anni dopo che l'hai trovata - come sto facendo adesso. Tramite le canzoni più nascoste, più lontane dalla riva - alla traccia nove o dieci di un disco - ho assecondato nefandezze sublimi: l'amore per il mare d'inverno, le case mai più abitate, i viaggi negli stessi posti della giovinezza.
In quella stanza c'era uno stereo la cui puntina, mal bilanciata, pesava troppo sul vinile e rallentava la musica. Ci ho ballato, fatto l'amore, studiato Seneca, patito il freddo, aspettato la primavera. Ci ho suonato il pianoforte e sfogliato riviste sconce. Ci ho preso in braccio mia sorella che era bambina e io ragazzo, ci ho letto in una notte Oceano mare. Probabilmente già tra quelle pagine - su quel pavimento, dentro quella rassicurante palestra - ho capito che amavo le parole più di certe persone - perché messe in un certo modo, incastrate, avvitate le une sulle altre, hanno il potere di dare senso alla mia vita.E dovevo fare qualcosa per dimostrarglielo.


Fabio Concato In trattoria:
https://www.youtube.com/watch?v=hz0GVWiJ_Vs

sabato 16 dicembre 2017

Una fortuna ogni sette

Urto col dito una tazza di caffè americano, e dilaga sul piano di lavoro, inzuppando un mezzo racconto, la ricevuta dell'Imu, il nuovo Martin Mystere - ma solo di spigolo - e una brioche già morsa famelicamente in macchina. Giusto lei si riconosce nel contesto - tutto l'altro è incidentale. E però  proprio il caso - sia benedetto - mi srotola davanti infinite possibilità di romanzo, come un pilota di caccia che dall'alto osserva la terra e la scopre scacchiera. Le avventure umane si intrecciano, siamo cesti di vimini, stringiamo dita al cinema, e nodi gordiani dentro la fantasia. Poi salgo a Narni - un'altra volta -  a cercare terra per certe radici - che mi pendono dal sedere come tentacoli di un marziano - ma lo faccio nel giorno sbagliato, perché triluvia, e mentre asciugo le scarpe rovesciate sul termosifone, racconto la mia vita a casa mia, e sorvolando sui troppi aggettivi possessivi le confesso che forse sto per tornare. Non proprio dentro di lei, ma quasi, come un uomo che si innamora della sorella di una sua vecchia fiamma. Questo mi almanaccano i giorni, questo nuovo girovagare che credevo di aver smesso, e mi pizzica il sospetto di aver cambiato più case che fidanzate, in tutta la vita. Però la cerca è leggera, e appartiene ai giorni rubati, che ho raccontato in una storia vagamente matta: a primavera - mi dicono - si leggerà. Succedono per destino, talora, oppure devi farli accadere, forzando la mano. Così io faccio, da qualche tempo, e sgombro la testa dalle oppressioni umane - i figli, il denaro, il casellario delle fatture pagate (che non ho, e sono sparse per casa, infilate nei libri, e se me le chiedono sono fregato), la spesa 3 x 2, le analisi del sangue, i torti arbitrali - e così facendo scolpisco ogni volta una piccola felicità. Mi disintossico, ricammino le orme di un passato più vicino ora che venti anni or sono perché ora ho capito che mi preme raccontarlo, e faccio benzina per ambientarmi dentro i guai senza dare di matto. La chiamo fortuna, questa che mi regalo un giorno alla settimana, e la nascondo come l'amante che non ho. Un uomo deve pur avere qualche segreto. Salvo poi svelarlo a tutti - e Gino lo diceva: Non ti tieni manco le frasche per traverso - e farci la figura del fingitore che non sono.

sabato 2 dicembre 2017

L'ovatta sui cavoli

Scrivere è faticoso, e non crediate che io ami così tanto il mio mestiere. Vorrei essere un fabbro, una libellula, un soffio di vento, l'arco di pietra - a Carsulae - sotto cui passano gli sposi. Qualunque cosa pur di non. Scrivere ti fa mentecatto: mentre lo fai gli altri vivono. Persevero, però, per due motivi formidabili: perché non so farne a meno - come uno che ammazza la gente per mania, ma spero di esser meno crudele; e perché è la cosa che mi viene meglio, tra quelle che dànno da vivere. Alla Coop non accettano i miei romanzi, in cambio di lenticchie e prosciutto; né posso sperare di far benzina infilando nel distributore automatico un paio di fogli di racconto, anziché una carta da venti. Così devo far fruttare meglio che posso questo sciocco talento di narratore di disastri, ma in modo onesto. Sono io quello che scrive e sono io quello che scrivendo si piaga. Non lo so se tutti gli scrittori possono dire lo stesso. Sono sempre io quello che sta dentro a quel che leggete, anche quando non sembra. In ogni parola, in ogni fibra d'inchiostro, in ogni capoverso, in ogni spazio bianco, in tutti i puntini di sospensione, in tutte le voragini per cui riaggallo il passato, memorie che appiccico a gente che non esiste. Io ero Mirka, per dire, in quella storia sanguinante che ha fatto ridere un po' di amici. E non è essenziale che vi importi di me: è importante sappiate che è così. Onestà, l'hanno battezzata. Ora, ditemi voi se questo è un lavoro da incoraggiare. Eppure non ne so altri di più severi -  per cui per paradosso l'incoraggio, e ho creato un'allegra brigata di matti che mi assecondano, - di altrettanto rigorosi, di così oscenamente pudichi. Non l'idraulico, che arriva in collina e mi cambia una guarnizione, scherzando greve e parlando di corna; non la capo/condomino, sopravvissuta alla mitologia greca, presumo nella sezione arpie; non il broker, fatto di mibtel e bolle speculative che mi scoppiano in faccia se provo a capirle. Ecco: vorrei essere altro ma non potrei. Posso dare un consiglio a tutti gli scrittori? Scrivete solo se vi fa soffrire non farlo, se vi smania, e il tempo vi si spacca in due: quello inutile che dedicate ai figli, all'amore, alla ricerca sul cancro; e quello necessario in cui mandate tutto a fare in culo e vi mettete a raccontare storie. Qualunque pretesto è buono, qualunque filo d'erba piegato strano. Io per esempio ieri - appena a casa - ho sentito odore di cavoli che cuocevano sul fuoco. Un odore d'infanzia, li cucinava mia madre le sere d'inverno, e la casa puzzava d'un profumo bello. Ho detto a Simo: Rita ci metteva un batuffolo d'ovatta imbevuto d'aceto, sul coperchio. Ha fatto lo stesso. E così ho sconfitto il tempo, e afferrato per la coda un'altra memoria da trarre in salvo.

sabato 25 novembre 2017

Dietro alla Gamberale

Va da sé che certe mattine si sparecchiano di robe da fare per forza e mi ritrovo in braccio ore da riempire di quel che mi va. Come un regalo che mi faccio da solo, giro per i due o tre negozi in cui mi diverte girare, rallento il passo, cullo un sano egoismo e lascio che accadano cose. Non ci metto penna. Mentre spendo l'ira di dio in dischi e libri e progetto di comprare altra beatitudine - presempio, infatuato, nascondo dietro alla Gamberale certi romanzi perché nessuno ci arrivi finché non mi decido a scucire il denaro - ragiono sulla mia scrittura, pesante e leggera di ricordi. È come per le canzoni: sembrano fatte di niente e ti scolpiscono la vita come fosse di marmo. Gli venisse un accidente. Nel 1978, per dirne una, viaggiavo in Sardegna sull'Alfetta dei miei, e tra Olbia e Budoni la radio trasmise Raggio di sole. Che lì per lì mi parve una sciocchezza - giacché avevo undici anni e nessuna educazione allo stupore. Invece mi sa che mi entrò dentro, passando per qualche buco: le orecchie, il cuore, l'ombelico, o chissà. E quella canzone è ancora incastrata nella memoria, dove ha trovato casa, come una chiave di rinforzo in un muro spaccato. Da lontano passa una nave, tutte le luci accese - dice alla fine. È la password del mio estro capriccioso - va e viene quando gli pare: - io scorgo le vite di chi sta sul mare ma tengo i piedi sul molo. Guardo e non tocco, lascio agire, come il detersivo sulle macchie ostinate. Ho poi il sospetto che il mio sanguinoso album dei ricordi sia un racconto fuori tempo. Quello che dico è passato, è morto; quando arriverò a raccontare ciò che accade ora, quando questo presente sarà rielaborazione, non importerà più a nessuno. C'è questo scarto tra quel che mi urla e quel che è di moda che sfinisce, io sono indietro e voi avanti: il guaio è che mi fermo a raccattare tutto quel che mi è (ac)caduto, in tanti anni di scese di cuore, e a cui nella giovinezza non davo peso. Povero me. Per giunta - lo sapete, no? - amo le parole e le coltivo: ho un piccolo orto, vedeste, proprio dietro casa. Il che è appunto un'aggravante dal momento che la narrazione più è sciatta, senza identità, più piace. Sono a volte sul punto di arrendermi ma dovrei smettere di scrivere - perché non so scrivere che cercando. Ma cercando capito tra le grinfie di alcuni: gli analfabeti letterari, che leggono i libri dello schermo, quelli dietro a cui ne nascondo altri - ve l'ho raccontato sopra. E fargli la guerra e prenderli per il bavero è una goduria cui ancora non so rinunciare.

mercoledì 15 novembre 2017

Quaranta notti

La memoria di un narratore deve essere inquirente, per funzionare. Io nella testa ho Scotland Yard, e non c'è di che vantarsi - ma tant'è -  per via che mi costringe ogni giorno a setacciare il passato alla ricerca di indizi - un brillìo di stagione, un evento gentile, una dolcezza da chi non credevo capace - che non ho ancora raccontato. Ecco per cui che alla luce opaca di novembre, che mi piove in casa come viaggiasse dall'Irlanda brumosa, apparecchio i ricordi e scovo quelli che sono ancora muti. C'è un perverso gusto, a farlo, e una mite presunzione. Tutte e due le emozioni riguardano me, non pretendo che le condividiate. Del resto, non sta in nessun vangelo che si debba scrivere ciò che la gente ha piacere a leggere: i cattivi narratori, lo fanno. I buoni, incorrotti, hanno un ristorante - per restare nella  metafora ghiotta - dove le pietanze il cliente non le sceglie: gli sono imposte. Salvo poi accorgersi - una volta morsicate - che non sono male. Prendo allora il mio taccuino blu e la matita comprata a Recanati e mi appunto quel che è più urgente, quel che non ha ancora avuto pace. Pace, sì, perché quando li scrivi rispettosamente i ricordi s'acquietano, e tu puoi passare ad altre smanie, altri sospiri. Oggi, come quarant'anni or sono, conto e contai quaranta notti a Natale. Non ha senso dire giorni: l'avvento si sgrana di ore notturne, come un rosario buio. È di notte che la stringa della cometa immaginata s'infiammava, come se dio avesse sfregato un prospero su un pianeta scabro; che le fiamme del camino di via della Pigna proiettavano la mia ombra sul muro, e la trasformavano - sulla parete dietro la Necchi di Clara e di sua madre - in teste di folletti allungate; che Rita - quando pioveva l'universo, e fischiava  -  veniva a dirmi "Ohi, stai ancora leggendo?  È tardi" - ma amorevolmente, perché sapeva che il vecchio Scrooge per manifestarsi aveva bisogno di quella scena: una candela di sego, coperte buttate sulle gambe e spiriti lamentosi su per il comignolo. Poi -  che c'entra? - tante volte ho raccontato quella assenza di morte che era il 25 dicembre dei miei pochi anni, e i giorni intorno. Ma è un discorso di particolari, di dettagli. Ogni tanto ne riaffiora uno che è ancora - appunto -  muto, e se non mi sbrigo a farlo parlare scappa. Oggi tocca a un ripostiglio: ecco, la minuzia memore è lui, ci sono arrivato. Se vedeste la casa di Narni - e non è escluso che un giorno vi ci porti - capireste perché quella piccola cantina mi apra in cuore una tenerezza invincibile. Quand'ero ragazzino sapeva di vino sbrodolato per terra, sull'impiantito. Ci tenevamo i boccioni del Tardèl. Mesi fa, di quel vino ho parlato qui: https://sdraiatosuibinari.blogspot.it/2017/08/tardel.html
Gino ci impalcava l'albero davanti, in modo che fino all'undici gennaio - smontavamo tutto solo il giorno dopo la mia festa - quel bugigattolo era bloccato. Un guaio per i beoni; un sollievo per gli astemi: la gran parte di noi. Gino faceva l'albero e il presepio sul pianerottolo - dopo le quindici scale a salire, dalla Flaminia, e prima delle ultime tre a entrare in casa - e io la sera mi ci accucciavo davanti al buio - giusto le stelline intermittenti tingevano di verde, viola e azzurro la scatola del Bauli, vuota e messa lì per scena. Spezzavano l'incanto quelli che a mezzanotte - dopo che avevano chiamato l'ultimo giro di tombola - rincasavano, accendendo il corridoio per vedere dove mettere i piedi. E dicevano "Ecco dov'era Francesco!" E ancora mia madre "Ma stai seduto per terra? Ti raffreddi!" Li perdonavo tutti, per via che sapevo che il mattino dopo sarebbero tornati, e la meraviglia si sarebbe ricomposta. Fino al giorno in cui sono andati via per sempre e non mi hanno detto che era a quel modo.