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La micia malinconica

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Ci aspettava - magrolina e spaurita - nel sottotetto. Le si leggeva diffidenza negli occhi e il passo era cauto, come di chi ha masticato botte e spaventi ogni giorno della vita. Ci prese in simpatia, ma con altera grazia, come discendesse dalla cucciolata di Cleopatra, e quando mangiava, mangiava spizzicando, e lasciando giù la gran parte; poi andava via, senza ringraziare. Io credo ci abbia tollerati fin dalle prime mattine che sfacchinavamo il trasloco, in mezzo ai piedi a curiosare, a intingere la zampa nelle latte di vernice, a capire di che pasta fossimo fatti, se crudele o benevola, e a farci capire che la padrona di casa - volenti o nolenti -  era lei. Vive qui da prima di noi, è sterilizzata, è dolce e indipendente, e obiettivamente bellissima. Miagola forte quando vuole spettatori dei suoi crimini: dà la morte civile alle lucertole, agli uccellini implumi, ai topolini innocui di campagna. A volte tento di strapparli dalle sue grinfie prima che li abbia martoriati troppo, e a…

Treno

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Prima o poi lo farò, quel viaggio in treno che sogno dalla giovinezza. Passerò tra le gole dell'Appennino, e sarà ottobre, per non dover morire di caldo e tornare in tempo per Natale, a raccontare - ai fantasmi attorno al tavolo - l'avventura. Sbufferà lo sbuffo del locomotore, e il pennacchio sventolerà, e gli scompartimenti saranno di legno scuro, i sedili foderati di damasco, i camerieri in livrea candida, la sala ristorante satolla di ghiottonerie. Fuori sfilerà la selvatica Italia, tra dirupi e torrenti come ferite bianche, e le rotaie saranno arrampicate sopra agli abissi, e tremerò di spasso. Ho questo senso dell'assediato che mi corteggia da una vita, il gusto di sapere il pericolo fuori dai vetri e il sollievo di tenermene al sicuro, ma appena per un diaframma. Il treno esercita questa fantasia letteraria, sui miei desideri: è il posto mobile degli omicidi, della raffinatezza investigativa, di Poirot e Miss Marple, dei corteggiamenti galanti, dei romanzi ottocent…

Il poeta del west

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Ho voglia di scrivere di lui da un mucchio di tempo, ma per un motivo o per l'altro non l'ho mai fatto. Lui è Charles E. Bolton, agricoltore e cercatore d'oro di origini inglesi - meglio noto col soprannome di Black Bart - e compì tra il 1875 e il 1883 una serie di rapine ai danni delle diligenze che trasportavano i proventi della Wells Fargo, in certi angoli dell'Oregon e della California. Mi ha sempre incuriosito la sua storia, e non capisco perché nessuno - che io sappia - ci ha mai fatto un film. Era un galantuomo e a quanto ho scoperto faceva il farabutto con ritrosia: non derubava i viaggiatori ma solo le cassette della compagnia, e il fucile che spianava in faccia alle vittime - calzando in testa un sacco di farina coi buchi per gli occhi - era scarico. Ma per un gesto su tutti me ne sono infatuato: a ogni colpo lasciava una poesiola scritta di suo pugno dentro il forziere vuoto. Non era Walt Whitman, beninteso: le sue rime erano elementari, la metrica incespica…

San Girolamo

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Anch'io ho un sogno - come Martin Luther King - ma meno politico e meno importante: tornare a quando avevo dieci anni. Non perché fossi sfrenatamente felice ma per pareggiare i conti con tutta la gente cui ho promesso oro e ceduto rigatteria. A patto che il soggiorno in quel tempo antico - il '77 - sia al massimo di un mese - perché amo comunque questa complicata contemporaneità - e che possa portare con me il cervello di adesso. Quello coi ricordi, le piaghe, le parole, i talenti minuti e i desideri immani. Quello con le cose capite tardi e col bagaglio di scuse oneste pronto da disfare e mostrare in piazza, al mio arrivo. Avrei il corpicino di allora e la tolleranza che ho da qualche frangente, nella speranza che gli altri ne abbiano con me una buona metà della stessa dose. E non per sapere in anticipo quello che succederà, ma per avere sentimenti adulti, compiere gesti adatti all'amore disinteressato che mi rivolgeste - anime care - e uno volta tornato…

Fëdor ed io

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Vado a comprare una Bic in cartoleria - dove costano 20 cent in più ma nei megastore non c'è l'odore dei colori Giotto e della carta da presepe di quando ero bambino - e uno strano signore, un po' matto, trasandato come chi se ne infischia di Carla Gozzi, sta lì a mettere in croce la commessa: vuole cento quaderni a righe tutti uguali, e lei non ce li ha. Lui concede "Anche se non hanno le copertine identiche, fa niente. L'importante è che siano dello stesso formato". "Ho una marea di quadernoni" - implora la ragazza; e l'altro "Ma no, non devo mica tornare a scuola", e così non riescono a intendersi. Mi avvicino e mi impiccio, ma con discrezione: deformazione professionale addolcita dalla buona creanza materna. Indago e scopro che l'uomo - sui sessanta, magro e altissimo, in bermuda e sandali da spiaggia, barba trappista - ha in animo di riscrivere a penna I demoni di Dostoevskij. Tutto il romanzo, dalla prima all'…

Vendetta

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Allora è deciso: mi accampo in una nicchia di casa e aspetto finché non tornate. Tutti, mica solo qualcuno, tutti voi che mi avete preso in giro, che non mi avete mai detto che quella stagione era fragile, e si sarebbe rotta appena l'avessi manipolata per far uscire i ricordi. Così mi sono tagliato e continuo a ferirmi con un esercizio di memoria che non ha un antidoto, è un veleno che mi ucciderà con tutta la calma del tempo. Davvero: sono atterrato in questa ansa di casa - dove dimorano una Lettera 32 e biglietti da visita del 1924, gli spartiti di Gastone e le foto di Clara giovane, e di Rosolino, che morì di polmonite per aver spalato troppa neve, in trincea - e qui rimango per protesta, a meno che non la smettiate di nascondervi. Intanto riordino le cose: fatture del mobilificio Franceschini - una cassapanca, una madia, un tavolo difettato; - solleciti di pagamento per un condominio a Tivoli; un proiettile inesploso della grande guerra; una tabacchiera con la testa di Garibal…

Senza Gastone non si entra

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Nel 1978 andai in Sicilia con Pietro, Rita, Mauro e Gastone. Avevo undici anni e avevano appena ammazzato Aldo Moro. So che laggiù per la prima volta mi innamorai sul serio: gridava certi colori, quella terra, che non credevo esistessero, come se dio avesse pestato tubetti di tempera e dal cielo fossero colati lenti e regali sopra Siracusa, e le zolfatare, e le pianure accecanti, il mare greco, e le notti frivole di Taormina. E intrecciava come gerle certi suoni che poi ho scoperto essere voci di un dialetto maestoso. Lì ho cominciato ad amare le parole e a capire che chiamare una stessa cosa con nomi diversi è il segreto per intendersi meglio, tra popoli, e uno dei fondamenti della fraternità. Se ci detestiamo è perché non ci capiamo, allora, nonostante le invenzioni, che hanno moltiplicato i canali ma non migliorato la comunicazione. Ma a parte questo, quel viaggio fu una scoperta, davvero, e di tanto in tanto ci torno, con questa diligenza scombinata dei ricordi che mi ritrovo, e r…